franco maria ricci: classe, stile… eleganza.

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di johnny terpot

Franco Maria Ricci, figlio di aristocratici di origine genovese, trascorre l’adolescenza a Parma, immerso negli studi classici. Dopo la laurea in geologia lavora in Turchia per la Gulf Oil, che lascia già nel 1963 per seguire le sue inclinazioni, desideroso di mettere a frutto la sua passione per l’arte e la letteratura. Nella sua città natale apre uno studio di grafic design in cui progetta marchi, manifesti, pubblica edizioni scelte, facendo della raffinatezza e della ricerca estetica la cifra del suo lavoro. Il suo primo titolo fu un’opera di scrittura nel senso letterale del termine, il Manuale Tipografico di Giambattista Bodoni, stampato in novecento esemplari“Ma perché Bodoni? Forse anche per vicinanza e familiarità, essendo io figlio di Parma; ma soprattutto per amore e interesse verso un aspetto recente della cultura – la grafica – che, al limite fra arte e industria, ha in Bodoni il suo maître storico. […] Tutta l`arte moderna ha in comune con il neoclassico Bodoni il desiderio di liberare i segni dal loro normale contesto per farli vivere in una dimensione autonoma e fantastica che, nella cultura e nell`intelligenza ha il suo limite. (…) Così è la sua grafica: sangue nereggiante sul foglio di candido avorio” (F.M. Ricci in Bodoni 1740-1813 , a cura di L. Farinelli e C. Mingardi, Franco Maria Ricci Editore, Parma 1989). L’inatteso successo che accolse quella ristampa confidenziale avrebbe deciso il futuro del giovane Ricci. Il gusto per la bellezza del corpo della scrittura, per le proporzioni e l`armonia dell`impaginazione, per tutto ciò che fa la “veste” di un oggetto di lettura è all`origine delle sue collane: I segni dell`uomo, Morgana, Quadreria, Luxe, Curiosa, La Biblioteca di Babele (diretta da Jorge Luis Borges), Iconographia, La biblioteca blu, Guide Impossibili. Nell’Italia della Transavanguardia e dei Nuovi, in un momento di modernità perplessa e languente, l’espansione dell’opera editoriale di Franco Maria Ricci nel campo delle arti visive ha costituito, a partire dal 1982, un vero e proprio avvenimento. Mentre i creativi e la critica sembravano affascinati da mode espressive sempre più provvisorie – gli anni Ottanta non erano che a metà cammino, e se già se ne compiva il bilancio in mostre gigantesche – quel geologo aristocratico, doppiamente familiare ai fenomeni di lunga durata, ha concepito una rivista d’arte che ignora senza rimorsi il frastuono e il furore della scena immediatamente contemporanea. La testata, in francese, sembra leggersi Ephémère, ma si chiama FMR, iniziali di Franco Maria Ricci.

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Era una rivista che riusciva a coniugare all’eleganza estrema della forma, un contenuto rigoroso frutto di collaborazioni prestigiose. Il primo numero contiene un servizio su Gli Astucci Sacri, reliquiari antropomorfi medievali e un esauriente servizio su l’opera di Luigi Serafini Codex Seraphinianus, con una godibilissima presentazione di Italo Calvino che tenta di decifrare il codice. Sono qui riprodotte le copertine della rivista Di Franco Maria Ricci FMR, il cui primo numero vide la luce nel marzo del 1982 e che all’epoca, venduta per abbonamento, costava l’equivalente di € 15,50.

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Quando un fotografo ci precede davanti a un’opera, egli non realizza semplici riproduzioni, ma un’analisi muta, un itinerario visivo. E quando si è stanchi di quegli spazi artificiali e gremiti in cui un’opera si trova esposta nel suo insieme a centinaia di sguardi che, tutti, osservano tutto indistintamente, un momento di intimità con FMR diventa una pausa squisita. Solitudine, silenzio, raccoglimento. Il particolare regna sovrano. Costituisce l’elemento motore di una filosofia della percezione che si esprime nella scelta di privilegiare l’ingrandimento, la parte per il tutto.

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Chi è Franco Maria Ricci?
Forse in primo luogo un collezionista accanito, la cui passione è in grado di unire le epoche e i luoghi più disparati. Già quel che questo editore ci dice di sé – la nascita a Parma e l’amore per il manierismo, l’incontro con Borges e il piacere dell’erudizione, il ricordo di padre Matteo Ricci e l’impresa della ristampa dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert – ci mostra con chiarezza sino a che punto biografia e cultura vengano a comporre qui una memoria vivente, della quale la rivista FMR vorrebbe essere l’immagine continuamente rinnovata. Dai canopi etruschi agli occhiali di Elton John, dai bassorilievi dell’Ara Pacis ai materassi metafisici di Domenico Gnoli, passando naturalmente per le meraviglie più svariate del Rinascimento e del Barocco, dell’Europa cristiana e delle Indie orientali e occidentali, il repertorio di FMR coglie lo splendore senza età delle belle cose peritureImpudicamente lussuosa nella sua copertina nera su cui si stagliano nella loro nitidezza i limpidi caratteri bodoniani, FMR non vela le proprie ambizioni: piacere ad un pubblico d’élite, ma la cui elitarietà si può manifestare anche solo col buon gusto di scegliere FMR. Accorto rétore, Franco Maria Ricci seduce i suoi lettori porgendo un’esca di raffinatezza e di cultura, mentre vende loro una rivista di grande tiratura, il cui valore venale è risibile.

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Leggete la storia e il quadro

FMR è anzitutto un oggetto. La prima percezione, visiva, scopre una presenza estetica perfetta. Nessuna negligenza nell’abbigliamento, nulla è lasciato al caso, soprattutto il particolare, che come tutti sanno è il luogo deputato all’eleganza.Una volta varcata la soglia della copertina, la disposizione delle parti impedisce che la rivista si legga come una semplice sequenza di articoli. Infatti un’immagine si presenta d’un tratto agli occhi del lettore, cogliendolo di sorpresa e strappandolo al susseguirsi delle frasi per costringerlo alla visione della cosa stessa. Invece di distrarre l’attenzione, questa alternanza imprevedibile e strabiliante stimola un accomodamento che si rinnova senza posa: contemplazione e lettura, conoscenza e fantasticheria si susseguono in una felice discontinuità.

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Dove cercare l’essenziale?
Nell’interpretazione, nel commento scritto, oppure in queste fotografie magnifiche, grandi, numerose, che fanno entrare lo sguardo in una intimità molto rara con alcune opere? Qui non siamo davanti a illustrazioni o a didascalie, ma a bellissimi testi e a bellissime immagini, il cui accordo può variare tra esegesi e finzione. Degli esteti di FMR si può dire ciò che Vittorio Sgarbi scrive del pittore Domenico Gnoli: “Isolare un particolare significa rivelare l’essenza costitutiva della totalità, senza equivoci”. Un’altra citazione: “Quando avrete ricevuto il vostro quadro, vi supplico di chiuderlo in una cornice perché ne ha bisogno, affinché considerandolo in tutte le sue parti i raggi dell’occhio siano trattenuti e non sparsi al di fuori, o ricevano le specie di altri oggetti vicini che venendo a mescolarsi con le cose dipinte confondano la luce”. Ricci si è forse ricordato di questa lettera, che Poussin scriveva nel 1639 al committente della Manna, quando ha voluto munire di un contorno nero le immagini di FMR. Inquadratura e sostegno, astuccio e cornice, il nero le circonda. “L’oggetto della Visione non risalta meglio quando è circondato dal colore della Non-Visione?” Il nero isola le forme nel loro rilievo cromatico e nei loro volumi e aiuta l’occhio a considerare con attenzione, invece di vedere semplicemente. Ma per ciò stesso è il soggetto dello sguardo a trovarsi isolato, perché la cornice nera capta e incanala la visione. Ogni lettore della sera, ogni spettatore di cinema e di teatro non può che apprezzare la concentrazione e il distacco cui il nero di Ricci è così favorevole.

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Dopo aver tenuto il timone della sua casa editrice per ben quaranta anni, si dedica alla costruzione di un grande giardino labirinto nelle campagne parmensi, presso Fontanellato: il più grande labirinto del mondo, che dovrebbe inaugurarsi nel 2013. Otto ettari di labirinto, un quadrato di 300 metri per lato, tre chilometri di percorso totale sotto gallerie vegetali alte cinque metri. Sessantamila bambù di venticinque specie diverse sono stati acquistati in Liguria e alla bambouseraie francese di Anduze, altri sono arrivati direttamente dalla Cina settentrionale. Il sogno di Franco Maria Ricci è un’utopia diventata realtà.

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